Ricordo di un amico

Una delle splendide poesie di Luca Gallanti, per noi McGallant, un amico, un guerriero che troppo presto ha perso la sua battaglia. Mi manchi e ci manchi sempre, la tua voce era un canto di saggezza e poesia in questo mondo freddo e con poche emozioni.

 

Io
 
Il suono 
Il silenzio 
Il seme di grano 
Il pane. 
 
Io 
Polvere d’argilla 
e montagna. 
 
Io il sale 
Le onde del mare 
La canna spezzata 
 
L’uragano. 
 
Io 
La Vergine 
La Madre 
La Morte 
 
Io 
l’oceano 
Le piume di falco 
Le squame di pesce 
La foglia 
La grotta 
Il diamante. 
 
Io 
Il fuoco 
L’aria 
L’acqua. 
 
Io la terra 
 
Ero 
 
 
 
Bargnano (BS), 28 Aprile 1990 Luca Gallanti
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La medica e la strega

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La presentazione più bella: quella di Alessandra Micheli del blog Les Fleurs du Mal.

Quando frequentavo l’università (ebbene sì anche io ho ceduto al richiamo intelletual chic della facoltà di scienze politiche) uno dei corsi più snobbati era “storia delle Donne”. Eppure era tenuto da una grande professionista, che sapeva raccontare con una maestria e obiettività non solo la storia delle difficoltà dell’altra parte del cielo, ma soprattutto l’evoluzione della nostra società, caratterizzata da pregiudizi, da valori e, perché no, dalle più disparate reazioni di fronte alla gestione degli stereotipi. In pratica, attraverso il confronto con quelle idee che ci servono come armi o scudi o corazze per affrontare il famigerato altro, possiamo comprendere chi siamo e, soprattutto, dove andiamo. Anche se spesso sarebbe meglio non saperlo.

 

“Storia delle Donne” era lo studio dell’evoluzione del pensiero rispetto a temi come l’uguaglianza, le pari opportunità, le scelte di differenziazione strutturale e di assimilazione; ma anche la storia di come il pensiero intellettuale, l’ontologia stessa e persino la semantica, abbia costruito la cultura popolare e elitaria rispetto alla gestione dei conflitti. Perché tra diversi (anche se poi diversi non si è mai), tra opposti, ma anche tra complementari a contatto con l’ignoto, c’è sempre il rischio che l’interazione sia dominata dal sospetto e dalla diffidenza, e la comunicazione sia adombrata e distorta dal cosiddetto rumore (ossia effetti che rendono l’intenzionalità del messaggio totalmente estranea alla sua origine). La mia professoressa, la geniale Ginevra Conti Odorisio, reagì in modo ribelle e rivoluzionario, nell’accademico barboso e polveroso, dominato da un potere costituito, quasi restio ad accettare i cambiamenti, e portò alla nostra attenzione pensieri controcorrente, stimolando le nostre giovani e fertili menti a studiare intellettuali straordinari e strani, quasi una reazione ai classici come Jean Bodin, o Rosseau, o il nostro amabile Montesquieu, rilanciando la straordinaria teoria dell’uguaglianza patrocinata da un misconosciuto Poullaine de la Barre, autore de “L’uguaglianza dei due sessi” del 1673.

Perché vi racconto questo?

Perché alcune delle frasi del saggio di Giancarla Erba mi hanno riportato alla mente proprio quell’ostracismo che non fu, come avevo pensato, una reazione snob e borghese a uno studio considerato indegno perché non esaltato dai grandi nomi della filosofia; non ci si sentiva “grandi” riempendosi la bocca dei conosciuti Socrate o Kant, ma si andava a scovare intellettuali osteggiati dalla tradizione, personaggi innovativi e catastrofici per le fragili certezze culturali e scientifiche. Eppure forse la spiegazione era più devastante. Chiunque tentasse di imporre il cambiamento intellettuale, una modifica profonda e importante che rendesse le conquiste politiche ed economiche più pregnanti e profonde e non solo dei contentini per tenere buone ste donne femministe, rischiava un ostracismo intellettuale, una sorta di anatema, per aver solo tentato o pensato di modificare non la superficie ma più profondamente il nostro traballante ethos culturale. Cambiare quella trita e oramai deceduta idea di generi diversi, di una stratificazione del potere basta sul testosterone, sulla sottomissione e sulla gerarchia. E la Erba vuole incidere su questo substrato epistemologico, cercando, tramite le immagini di donne che durante i secoli si sono ribellati al loro stantio ruolo, di modificare la nostra percezione della femminilità e quindi del femminismo, liberandolo dalle pastoie dello stereotipo e del tabù, scegliendo come campo di indagine proprio uno degli alleati del potere politico sacerdotale della nuova casta di dominanti, ossia la medicina. Per una strana beffa del destino, la salute è e resta uno dei campi su cui si combatte da sempre un particolare braccio di ferro. Assieme al controllo della sessualità, che riguarda la psiche più profonda, le frustrazioni, gli istituti e la libertà creativa, la salute incanala le energie importanti relative alla capacità di azione, alla sicurezza e alla tranquillità. Chi ha una salute precaria, sia essa fisica che psichica, si trova in uno stadio di fragilità assoluta, divenendo spesso preda di millantatori e di imbonitori. Non è un caso che, chi si affida a santoni, a sette, a guru, è spesso in uno stato emotivo sfiancato da malattie, da lutti e da una sensazione di insicurezza. Il medico diviene non solo colui che ristabilisce l’equilibrio tra corpo e mente ma anche un confessore, un appoggio, una sorta di consolatore degli afflitti. Nel caso studiato dalla Erba, si ritrova quel passaggio tra la cultura popolare contadina, nata nei villaggi e nelle campagne, a quella della dispersiva città, con la sua volontà di accentramento del potere che non risulterà mai più orizzontale ma stratificato e soprattutto dominato dalla nuova élite del potere sacerdotale cattolico che resterà invariato fino all’illuminismo, e che porterà la condizione femminile a subire un costante degrado. Ed è su questo degrado – anche per carpirne i motivi – che la Erba si sofferma, cercando di insinuarsi in quegli spiragli celati dietro un silenzio fatto:

fatto di parole non dette, progetti negati, promesse mancate.

Mi capita di cogliere nei piccoli gesti e negli accenti sommessi una sorta di rassegnazione nei confronti di una condizione di sudditanza, di dipendenza che, anche se a volte negata con forza e convinzione, caratterizza in realtà la vita delle donne.

 

Ed è per contrastare:

un costante ridimensionamento di sé, delle proprie capacità e potenzialità. Ascoltare la voce delle donne può significare compiere un percorso fra il senso di inadeguatezza e la negazione dei propri bisogni

Che il libro di Giancarla Erba si mostra in tutta la sua necessità

un approfondimento culturale di questo genere, è necessario fare una specie di “punto della situazione femminile” che parta dal ’antichità e arrivi ai giorni nostri.

Le donne si mostrano ostacolate se non addirittura rese invisibili, quasi eteree e relegate nelle periferie della coscienza, qualora rivendichino la loro creativa libertà di essere persone al di fuori del genere sessuale e del loro ruolo, ostacoli che la Erba ritrova non già nei limiti esteriori ( incapacità di staccarsi dal ruolo di madre, incapacità di realizzarsi appieno nel lavoro, minaccia costante alla loro integrità fisica e morale) ma piuttosto in un atteggiamento percettivo e dunque mentale che lungi dall’essere ribaltato, contestato e sostituito, si insinua ancor oggi nelle nostre filosofie e valori acquisiti dalla socializzazione:

 

Per la donna c’è ancora moltissima strada da fare prima di arrivare ad un’effettiva parità di diritti che non si ravvisa solo nel trattamento sociale, ma anche nel pensiero e nel ’atteggiamento comuni. Anche la donna ormai ritiene inferiore e superflua una certa arte antica che gli consentiva di usare tutta la sua creatività per la realizzazione di utensili e di oggetti per la casa; il lavoro domestico è ridicolizzato e minimizzato dalle stesse donne (e in questo caso a ragione) visto che per secoli è stato considerato un dovere non retribuito, riservato esclusivamente a loro e spesso in aggiunta al lavoro fuori casa chedovevano sobbarcarsi per aiutare la famiglia a sostentarsi. La donna si adegua in qualche modo alla forma mentis maschile minimizzando tutto ciò che la riguarda

Ed ecco che indagando nella storia antica, attraverso libri quasi dimenticati, ma anche seguendo l’evoluzione o l’involuzione che ha subito attraverso le epoche storiche relativamente alla sua innata capacità di guarire, ecco che, dicevo, si può tracciare al tempo stesso una sorta di mappa concettuale su cosa davvero sia la femminilità, su quali valori può appoggiarsi e quale società può costruire attraverso questi. Tutto il suo lavoro di ricerca risulta ancora più intrigante e realistico grazie alle voci di donne che hanno voluto tracciare la strada per le loro sorelle, che hanno voluto combatte la de-solidarizzazione effettuata dai poteri costituiti. Donne nobili, donne potenti ma anche donne del popolo quelle che hanno pagato la colpa maggiore ma che hanno lasciato una serie di tradizioni che sono oggi confluite nella moderna omeopatia.

 Cosa può dare quindi al femminismo, quello vero, non quello di facciata, il saggio di Giancarla Erba?

Semplice. Può contrastare quella lasciva e strisciante paura che ha accompagnato l’uomo reo di aver tolto il trono alla Dea:

la paura più grande dell’Islam è legata alla paura delle donne (strettamente correlate al disordine e al libero pensiero) una paura che gli arabi non si sono presi mai la briga di analizzare con calma come primo passo per superarla. All’inizio l’Islam tentò di liberarsi delle paure e dalle superstizioni degli arabi pagani. Ma ben presto l’esempio del profeta che insistette sulla necessità del cambiamento scomparve dall’inconscio popolare. I califfi scivolarono indietro verso la jahiliyya e misero sotto chiave le donne e le esclusero dalle moschee”. 

Fatema Mernissi

Questa frase non è solo applicabile al contesto fondamentalista islamico ma anche al nostro occidente cosi sviluppato, che ha preferito soppiantare non tanto un’antica religione matrilineare per sostituirla con un’altra ma ha cercato di sostituire un’idea di società libera, imperfetta ma interconnessa, con un’altra “moderna” dove il potere senza briglia etica o valoriale fagocita le sue stesse radici culturali. Ed è una perdita costante di energie e di opportunità di guarigione che rendono instabile e pericolosa la nostra stessa sopravvivenza umana

“ nel momento in cui il secondo millennio cristiano si è concluso, sia il lato maschile che il femminile sono profondamente feriti…i doni del femminile non sono stati pienamente apprezzati né accettati. Mentre il maschile frustrato dall’impossibilità di armonizzare tutte le sue energie con un lato femminile pienamente sviluppato, procede con il braccio armato brandendo imprudentemente le armi. Nel mondo classico le energie opposte erano perfettamente bilanciate. Oggi invece c’è un predominio dell’aspetto maschile. Solo un passo separa la venerazione del potere e della gloria del principio maschile e della gloria del principio maschile/solare dalla venerazione del figlio un culto che troppo spesso porta ad un maschile immaturo arrabbiato, frustrato, annoiato e spesso pericoloso…il risultato finale della svalutazione del principio femminile non è solo inquinamento ambientale edonismo e crimini dilaganti, l’esito ultimo corrisponde all’olocausto”. 

Margaret Starbird. 

Ecco che leggere di donne che osavano imporsi sul dominio maschile, quello relativo alla medicina, capaci di infrangere i tabù di ribellarsi contro l’adeguamento al pensiero imperante, imposto a loro che le volevano:

la donna si sente di importanza secondaria e tende a concedere agli uomini l’autorità di pronunciarsi sul e questioni importanti della sua vita

 

E ancora:

La donna è stata indotta per ragioni storiche a “pensar male di sé stessa”; le è stato insegnato che è debole, dipendente per natura, paurosa, fragile, bisognosa di protezione e di guida. Molti di questi insegnamenti sono ormai superati, ma hanno fatto parte per così tanti secoli del patrimonio comune da essere entrati a far parte del ’inconscio femminile.

Si capisce che i doni del femminino positivi come anche quelli più oscuri vanno riabilitati, riconosciuti e apprezzati. La donna deve urlare la sua presenza e deve poter armonizzare le sue energie con il lato maschile, per poter ritornare a un vero bilanciamento tra ying e yang. Ecco cosa significa rintracciare l’antica sapienza medica delle donne riuscendo ad agire su noi stessi e sulla società in maniera più matura e consapevole, scendere a patti anche con il passato più turpe, restituire le voce alla varie Isabella Cortese, Marie Meurdrac,  Radegonda di Poitiers, Elizabeth Blackwel, Florence Nightingale ma anche le Accabadora, Alice Kyteler, Floreta d’Ays e finalmente poter stringere tra le mani una autentica consapevolezza di sé e della nostra specificità.

Per poter agire in maniera più matura e consapevole bisogna seguire il consiglio della Mernissi, scendere a patti con il proprio passato, seppur crudele e oscuro, per poter finalmente stringere tra le mani la consapevolezza di se stesse, dei doni e della nostra specificità.

E da ultimo: tornare a scavare tra le ceneri dell’esclusione sociale, della disperazione, del sentirsi limitate da un pregiudizio, dai roghi accesi dall’ortodossia religiosa, perché scomode, sapienti e libere. Tutto questo significa anche riprendere in mano una cultura che ci appartiene di diritto, quella di guaritrici, banalizzata, nascosta, persino derisa che però appartiene a noi e appartiene alla civiltà intera con tutta la sua carica di ribellione contro lo status quo, perché la sposa a lungo tempo perduta possa tornare a casa:

“Nessuno più ti chiamerà abbandonata né la tua terra sarà più detta Devastata. Ma tu sarai chiamata mio compiacimento e la tua terra sposata” 

Isaia 62,4

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Si spengono le stelle

di Matteo Raimondi

 

Trama (dal sito Mondadori):

  1. York è un’inquieta città di frontiera da poco annessa alla Colonia della Massachusetts Bay, dove la legge è esercitata secondo una rigida morale puritana.

Primogenita di Mary e Robert Walcott, capo della corporazione commerciale, Susannah è tormentata da un selvaggio bisogno d’indipendenza che la rende insofferente alle autorità e la porta a rifugiarsi negli antichi insegnamenti della sua vecchia nutrice indiana, Nagi, dalla quale ha imparato a scorgere in ogni cosa la profonda armonia del cosmo. Ma proprio il forte legame con la cultura dei nativi costa a Suze l’avversione dei suoi coetanei, che la accusano di essere strana, pericolosa, e per questo la schivano. Tutti tranne uno, il fragile e misterioso Angus Stone, che appare determinato a sfidare qualunque pregiudizio pur di averla.

Le cose cambiano quando Robert viene inviato a Boston per presiedere il Congresso coloniale: mentre a York le stelle della ragione cominciano a spegnersi, Rob realizza di trovarsi nel mezzo di una spietata cospirazione tesa a inasprire odio e paura verso i “selvaggi”. Il conflitto tra coloni e nativi assume così il valore di uno scontro fra bene e male che coinvolgerà proprio Susannah, ignara custode di un grande segreto.

 

Personaggi:

Susannah: ha diciassette anni, è bellissima, vivace (fin troppo) ed è poco propensa a rispettare le regole imposte dalla sua società eccessivamente puritana. Gli insegnamenti della sua balia Nagi, nativa e saggia, hanno lasciato un’impronta indelebile e un modo di vedere la vita e le cose che proprio non si sposa con la visione dei suoi concittadini e soprattutto del parroco che fin da subito fa capire il proprio risentimento. Il suo coraggio e la sua determinazione resteranno intatti fino alla fine della storia e la vedranno crescere e diventare via via sempre più matura e consapevole.

            Susannah voleva essere libera di andare per la sua strada, voltarsi e partire alla                    ricerca   delle meraviglie invisibili, ma nella Colonia la libertà era un bene tanto                      raro  quanto pericoloso da possedere, e a York tutto ciò che era celato nel mondo                    invisibile  veniva   considerato “sgradito a Dio”.

Mary: la madre di Suze è una donna volitiva, coraggiosa, legatissima a suo marito e ai suoi tre figli; anche lei è custode di un segreto che, quando scoperto, sarà la causa di molti guai per la sua famiglia.

Robert: il padre di Susannah è un uomo corretto e coraggioso, pronto a dare tutto se stesso per la sua comunità ma incapace di piegarsi a regole e imposizioni che non condivide, anche quando si tratta di aver a che fare con le massime autorità dello Stato.

Randall: il parroco Randall è il classico prete che ci aspettiamo viva in quei tempi, ambizioso fino alla paranoia, ossessionato dai suoi fantasmi, vittima di passioni proibite e inconfessabili, si assolve da tutta la sua perversione cercando, e trovando, il capro espiatorio adatto, pronto da essere immolato come un agnellino pasquale.

 

Recensione:

Se nel titolo le stelle finiscono con lo spegnersi, posso dire con certezza che nel firmamento editoriale  una stella si è accesa e brilla luminosa.

Matteo Raimondi ci ha regalato una storia,un thriller, un affresco storico degno del miglior Follett, mai noioso, mai ordinario, incalzante nei momenti d’azione, poetico nelle parti meramente narrative.

Romano, giovane (classe 1986), laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università La Sapienza  in sociologia e comunicazione, Matteo è studioso di letteratura, società e storia americana e con Si spengono le stelle, il suo romanzo d’esordio ci trasmette tutta la sua passione e il suo amore per l’America e i suoi aspetti positivi e inquietanti.

La prima cosa che ho notato leggendo il libro è l’amabilità del linguaggio: descrizioni mai banali, stati d’animo scavati fino in fondo, dettagli impalpabili che tracciano i solchi della narrazione. A ciò si aggiunge una sintassi corretta, scandagliata e ricontrollata a fondo, cosa ormai rara di questi tempi.

La giovane e bellissima Susannah vive in un territorio ancora poco esplorato, vastissimo e ostile, al confine con quei “selvaggi” che i puritani inglesi non riescono ad accettare, considerandoli esseri “immondi” e “animali”, il periodo è quello di Salem e anche nelle lande desolate Americane si fa largo il virus della stregoneria con tutte le follie e le crudeltà che si è portato dietro. Bastano poche cose per essere considerate streghe e nel caso di Suze, avere un padre corretto ai limiti del sacrificio personale e una balia indiana saranno le cause scatenanti che la porteranno al centro della follia dei cittadini di York.
Da sempre additata dai compagni come “strana”, invidiata dalle ragazze per la sua bellezza solare e disinibita, diverrà il perfetto capro espiatorio cercato dal popolo ignaro per  mondare le proprie colpe, ma in realtà vittima di una vendetta personale del parroco, incapace di gestire i propri ardori e le proprie passioni.

In un vortice di avvenimenti, di momenti d’azione che mi hanno spinta ad agitarmi sulla sedia come per partecipare a quello che stava succedendo, i personaggi cercano il proprio posto in un mondo che ancora li rifiuta proprio come una malattia che deve essere espulsa dal corpo. E proprio come un’infezione  loro resistono e attaccano con sempre più virulenza per occupare un posto che non spetta loro.

Ognuno dei personaggi principali risulta “fuori posto”. Susannah e sua madre sono divise tra un modus vivendi e un altro senza la possibilità di essere appieno parte di nessuno dei due. Robert viene mandato al Congresso dove tutte le sue certezze verranno scardinate da un sistema che richiede più abilità opportunistiche che capacità di creare politiche positive per il popolo e i territori, rendendolo debole e incapace di gestire una situazione che non gli appartiene. Randall incarna il parroco che mai avrebbe dovuto prendere i voti: incapace di resistere alle passioni della carne, incapace di perdonare, ambizioso e cattivo, usa le persone per i propri scopi e non certo per dar loro conforto avvalendosi dei servigi di un criminale degno del peggior bravo di Manzoniana memoria.

Una storia antica che però ci racconta molto anche della storia di oggi: la discriminazione femminile, per l’avvenenza, la spregiudicatezza e la voglia di far sentire la propria voce tutto sommato è un tema ancora tragicamente attuale in una società come la nostra dove le resistenze ad una valutazione che esuli dal sesso sono ancora forti; dove ancora ci sono uomini che considerano le donne loro proprietà al punto di arrivare ad ucciderle e dove la sessualità deviata tende ancora ad essere nascosta sotto l’egida della rispettabilità

Se devo trovare una critica da fare al libro, al di là di qualche descrizione che avrebbe potuto essere un po’ smussata, è proprio il titolo. Poetico certamente,  ma l’impronta è secondo me fuorviante rispetto a  ciò che si andrà ad affrontare nel leggere la storia, dà troppo l’idea di un titolo romance. Ma null’altro mi sento di appuntare a questa storia bellissima, tenera e  feroce, a tratti disumana e a tratti dolcissima.

 

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Titolo: Si spengono le stelle
Autore: Matteo Raimondi
Pubblicato: Aprile 2018 da Mondadori
Genere: Narrativa Contemporanea 
Collana: Omnibus
Formato: BrossuraeBook Pagine: 468

 

 

La medica e la strega

26239744_2073757382854758_1837256649419862393_n“Un tempo a Babilonia, i malati si mettevano fuori dal tempio e interrogavano chiunque vi si recasse su quali cure fossero più idonee ai loro malanni”.

Da allora la medicina ha intrapreso una strada evolutiva che, nel tempo, si è divisa in due aspetti distintivi fondamentali: quello della professione medica scientifica e quello di una visione più empirica, legata all’antico, che ha voluto conservare e tramandare antichi rimedi legati alla cura della persona.
Le donne erano impegnate su entrambi i fronti, ma seppur osteggiate e combattute, quando non torturate e uccise, hanno resistito e hanno dimostrato che la forza di volontà e l’amore per la conoscenza possono vincere anche i peggiori pregiudizi.
La medica e la strega racconta le storie di molte di queste donne. Di quelle tra loro che per nascita e appartenenza hanno intrapreso la via della medicina; ma anche delle figlie di un popolo abbandonato alla povertà, che hanno rischiato finanche la propria vita, per aiutare coloro che soffrivano. Antiche ricette di famiglia, rimedi riportati in documenti che si perdono nella notte dei tempi sono state la loro guida.
Mediche, streghe, suore, avvelenatrici o infermiere, ognuna di loro ha avuto un ruolo decisivo nello sviluppo della medicina e nell’emancipazione della donna lungo i secoli. Ricordare il loro operato e il loro impegno è il minimo che si possa fare per rendere loro un dovuto omaggio. Continua a leggere “La medica e la strega”

Quattro sorelle tutte regine

di Sherry Jones – Newton Compton

Tra le dolci vallate e i fragranti profumi della Provenza, Margherita, Eleonora, Sancha e Beatrice crescono sotto la severa ma affettuosa tutela della madre, la contessa Beatrice di Savoia.
L’ambiziosa nobildonna si assicura che le figlie imparino le buone maniere, l’arte di affascinare, l’oratoria, ma soprattutto che accettino e condividano il suo motto: “La famiglia viene prima di ogni altra cosa”. Perché, con la Provenza sotto il costante attacco dei nobili confinanti, il destino e la sicurezza della casata dipendono dalle preziose alleanze che la famiglia riuscirà a stringere grazie ai matrimoni delle quattro sorelle con i potenti d’Europa. Così Margherita viene data in sposa al giovane, mistico Luigi IX, diventando una grande regina di Francia, e l’indomita Eleonora è promessa a Enrico III d’Inghilterra. Poco tempo dopo anche la bellissima, timida e devota Sancha e la vivace Beatrice sposano nobiluomini che faranno di loro delle regine. Ben presto però appare chiaro che una corona non basta a garantire protezione. I nemici sono dappertutto: l’infida suocera di Margherita, la gelida Bianca di Castiglia, gli amanti delusi, i baroni senza scrupoli… A tutto ciò si aggiungono le tensioni interne, che emergono quando la lealtà tra sorelle si trasforma in rivalità per ottenere ciò che ognuna pensa le spetti di diritto: la Provenza.

513IbXboFcLLa storia delle sorelle Savoia, andava sicuramente raccontata, ma meritava un’attenzione maggiore di quella che gli è stata data. Ci si muove nelle trame delle maggiori corti d’Europa attraverso la visione di quattro ragazzine che vengono date in spose, come sempre succedeva, al miglior offerente o a chi poteva garantire pace o altri favori. Grazie alla longevità di due di loro, Eleonora e Margherita, il racconto si dipana attraverso un gran numero di anni e di avvenimenti che certo hanno cambiato il corso della storia di quel periodo. Purtroppo però l’autrice pare dimenticarsi fin da subito dell’epoca di cui sta narrando; invece di descrivere un XIII secolo con tutti i suoi limiti sia storici (l’Inghilterra per esempio, non è ancora quella grande potenza che viene descritta) che umani, leggendo si ha l’impressione di trovarsi nelle grandi corti rinascimentali, con uno sfarzo sia nell’abbigliamento, che nelle suppellettili assolutamente improbabile per l’epoca di cui si parla. Per non parlare delle caratterizzazioni dei personaggi, talvolta più simili a personaggi attuali che a donne vissute oltre novecento anni fa. Peccato perchè la storia è intrigante, vivace e stimolante, ma troppi dettagli riportano a visioni moderne che rendono il tutto forzato e poco credibile. Le descrizioni, oltre ad essere spesso improbabili, non sono sufficientemente dettagliate, un’occasione indiscutibilmente sprecata.

L’archivio degli Dei

di Miriam Palombi ed. Dark Zone

 

Miriam palombiUna maledizione antica ha originato una scia di sangue che attraversa i secoli. Macabri omicidi rimasti insoluti.

La galleria degli Uffizi mostra opere d’arte che custodiscono inquietanti rivelazioni..Una storia avvincente con un’idea di fondo interessante e che, a mio parere, meritava maggiore sviluppo.

Tutta la parte introduttiva infatti è molto ben architettata, anche se  forse non sufficientemente elaborata. Avrei apprezzato una maggiore descrizione dei diversi periodi storici e una più specifica presentazione dei personaggi, sicuramente sarebbe stato interessante approfondire il personaggio di Francesco I De Medici, e definire meglio il ruolo dei curatori.

Tuttavia la seconda parte si riscatta acquisendo ritmo e coinvolgendo il lettore negli avvenimenti.  Le vicende che portano all’epilogo si susseguono fra i noti locali della Galleria e antri sconosciuti  creati per celare misteri e libri proibiti che in realtà nei secoli erano già stati rivelati, ma il percorso obbligato che i protagonisti si ritrovano a seguire insieme, era necessario e imprescindibile per interrompere morti misteriose propagatesi per un tempo lunghissimo.

Molto coinvolgente il personaggio del professor Pallavicini e sufficientemente feroce il Curatore della galleria, legato ai propri demoni e alla propria avidità fino a giungere alle estreme conseguenze. I due ultimi protagonisti ripercorreranno, grazie agli indizi lasciati disseminati nei secoli, il percorso preparato dai loro antenati con determinazione e voglia di chiudere per sempre una storia misteriosa e dolorosa.

A fare da sfondo a questa avvincente ricerca, luoghi meravigliosi come appunto la Galleria degli Uffizi e l’abbazia di Sant’Antimo, dove si svolge una parte preponderante della storia.

In tutto ciò il lettore viene coinvolto con la necessaria enfasi e la giusta dose di adrenalina. Nonostante qualche pecca iniziale nello sviluppo e un editing non sempre perfetto, è senz’altro una storia che vale la pena leggere, Miriam è una giovane autrice che sicuramente deve ancora un po’ affinarsi, ma  ha ancora molto da dare, e certo la rileggerò volentieri in uno dei suoi prossimi lavori.

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La colonna di fuoco

Il terzo libro della saga di Kingsbridge è finalmente arrivato. La nuova fatica di Ken Follett si è rivelata assolutamente al di sopra delle aspettative, lasciando al lettore l’idea di aver compiuto insieme a Ned Willard o a suo fratello Barney, un viaggio attraverso un’ Europa in fase di assestamento e verso un’America ancora in fase di sviluppo e sostanzialmente feudo spagnolo.

Siamo in pieno XVI° sec. e le lotte tra cattolici e protestanti si fanno sempre più cruente e sanguinose, tutto questo sembra solo sfiorare la tranquilla e prosperosa cittadina di Kingsbridge fino a quando un importante cittadino viene bruciato sul rogo per eresia nel tentativo di eliminare il protestantesimo. Le questioni tra famiglie cattoliche, come i Fitzgerald e protestanti, come i Willard, saranno il fulcro da cui prende il via tutta la serie di eventi che ci porterà in giro per le più grandi corti europee.

La giovane Margery Fitzgerald, figlia del sindaco della città e fervente cattolica, è innamorata di Ned Willard, un ragazzo dai capelli rossicci e con gli occhi castano dorati, figlio di Alice, abile commerciante con simpatie protestanti. Il padre di Margery, integralista e ambizioso, costringe la ragazza a sposare il figlio del conte di Shiring, Bart rozzo e violento come il padre. Ned deluso, accetta l’impiego propostogli da Sir William Cecil, consigliere di Elisabetta Tudor futura regina d’Inghilterra e diventa suo assistente e occhi discreti nel contenzioso tra Elisabetta Ia e Maria Stuarda, regina di Scozia quindicenne, fervente cattolica e moglie del Re di Francia. Dopo l’ incoronazione  di Elisabetta, l’Europa cattolica si rivolta contro l’Inghilterra usando come bandiera proprio Maria Stuarda,  pretendente al trono in quanto sorellastra di Elisabetta.

Ned crea una rete di spionaggio per tenere sotto controllo i cattolici e a questo scopo si reca in Francia, dove la famiglia Guisa, imparentata con Maria Stuarda, utilizza un ambizioso e crudele studente, Pierre Aumande, per cercare di mettere Maria sul trono d’Inghilterra. Durante il suo soggiorno Ned conosce Silvye, protestante che sfida coraggiosamente la repressione cattolica vendendo bibbie in francese agli ugonotti di Parigi. Nel frattempo Barney, fratello di Ned, è in Spagna per seguire gli affari ormai in declino della famiglia quando viene costretto a scappare con il cugino Carlos e lo schiavo Ebrima a causa di invidie professionali con conseguenti denunce di eresia; a causa di ciò Barney diventerà un grande capitano navale, che avrà una parte importante nella battaglia  di Cadice contro l’Invincibile Armada.

Con il passare degli anni Ned e la sua rete spionistica diventeranno sempre più fondamentali per mantenere saldo il trono di Elisabetta e le sue vicissitudini personali lo porteranno spesso a Kingsbridge dove sono rimasti  il suo cuore  e i suoi affetti.

Una storia avvincente soprattutto per il ritmo incalzante che la caratterizza e che   ci illustra con chiarezza la situazione esplosiva che si era creata nel mondo a causa delle incomprensioni religiose, situazione che dovrebbe insegnarci molto anche oggi.

Una splendida copertina realizzata da Luca Tarlazzi e un racconto che ti spinge a voler conoscere sempre di più la storia di quella genealogia  nata in una piccola cittadina inglese e che ha tenuto milioni di persone legate al destino dell’inesistente Kingsbridge.

Ci sono ancora molti secoli da considerare e chissà che Ken Follet non ci regali un ulteriore seguito della storia della dinastia generata dalle stirpi  di Tom il costruttore e della “strega” Ellen.

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