La banalità dell’arte

Spesso sui  blog si discute sullo stato dell’arte: parlando di libri, ci si chiede com’è possibile che oggi chiunque possa produrre un testo magari scialbo quando non sgrammaticato e attraverso il self publishing e/o Case Editrici compiacenti e poco professionali riescano a pubblicare testi che negli anni d’oro dell’editoria non sarebbero mai stati presi in considerazione. Il discorso si allarga parlando dell’arte in generale, Roberto Orsi, Deus ex-Machina di Thriller Storici e Dintorni, parla di “canzoni sotto la doccia” messe on line su youtube ed ha ragione.  Oggi le produzioni “artistiche” forniscono un’offerta che la domanda non potrà mai assorbire; molti prodotti scarsi o scarsissimi vengono messi a disposizione del grande pubblico, senza aver avuto una giusta valutazione, una correzione e un’editing che consentano al prodotto di poter essere presentato sul mercato con onore. Però qualche altra considerazione va fatta: è vero che ci sono pochi se non pochissimi lettori rispetto a tutto ciò che viene commercializzato, è altrettanto vero che le CE a pagamento e un self-publishing non sempre accurato drogano un mercato già di per sé in difficoltà; ma non possiamo ignorare che le  CE “nobili”  non si degnano neanche di aprire il file quando qualcuno manda un proprio lavoro, e tante volte ci sono scritti più che dignitosi che meriterebbero visibilità; per questo non me la sento di essere così categorica nel giudicare la “banalità dell’arte”. book-1291164_1280Abbiamo  più opzioni che a volte inquinano un’offerta che dovrebbe senz’altro essere più selezionata, ma queste maggiori possibilità consentono a persone “normali” di pubblicare lavori ugualmente “normali” ma gradevoli e di godibile lettura, perché non dare questa possibilità??? Questa fase del rapporto con la cultura è forse un’evoluzione estrema rispetto al sistema  che si era imposto a fine ‘800, primi ‘900 che riservava le opere artistiche a chi aveva a disposizione molto denaro, portando artisti di abilità incalcolabili come Picasso a fare cose che probabilmente non avrebbero mai fatto, ma secondo me è meglio scartare molto che avere poco per fare un paragone. Lascio comunque la parola ad uno scritto dello stesso Picasso dove, se da una parte condanna l’eccesso di proposta artistica, dall’altra rivela la mancanza di varietà e una proposta che diventa sempre più univoca e uguale a se stessa. Lo stesso Maestro ci dice che ha realizzato opere senza capo nè coda solo per soddisfare la richiesta di ricchi tromboni che non ne capivano poi nulla, fingendo di capire tutto e ignorando che l’autore proprio voleva esprimere proprio il nulla. Anche questa quindi  una forma di “banalità dell’arte” che va valutata con attenzione.

 «...Ma i raffinati, i ricchi, gl’indolenti, distillatori di quintessenza, cercano il nuovo, l’insolito, l’originale, lo stravagante, lo scioccante. Ed io, a partire dal cubismo e dopo, io ho soddisfatto questi gentlemen e questi critici con tutte le bizzarrie che mi passavano per la testa, e quanto meno le capivano, tanto più ammiravano. Divertendomi con questi giochi, acrobazie, rompicapo, indovinelli ed arabeschi, sono diventato famoso in fretta. E la celebrità per un pittore significa incremento nelle vendite, soldi, ricchezza.
Oggi, come è risaputo, sono famoso e molto ricco. Ma quando sono solo con me stesso, non ho il coraggio di considerarmi un artista nel senso grandioso e antico del termine. Ci sono stati grandi pittori come Giotto, Tiziano, Rembrandt e Goya. Io sono soltanto un entertainer pubblico che ha capito il suo tempo.
Questa mia è un’amara confessione, assai più penosa di quanto appaia, ma ha il pregio di essere sincera» Pablo Picasso

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