La medica e la strega

IMG-20180515-WA0003

La presentazione più bella: quella di Alessandra Micheli del blog Les Fleurs du Mal.

Quando frequentavo l’università (ebbene sì anche io ho ceduto al richiamo intelletual chic della facoltà di scienze politiche) uno dei corsi più snobbati era “storia delle Donne”. Eppure era tenuto da una grande professionista, che sapeva raccontare con una maestria e obiettività non solo la storia delle difficoltà dell’altra parte del cielo, ma soprattutto l’evoluzione della nostra società, caratterizzata da pregiudizi, da valori e, perché no, dalle più disparate reazioni di fronte alla gestione degli stereotipi. In pratica, attraverso il confronto con quelle idee che ci servono come armi o scudi o corazze per affrontare il famigerato altro, possiamo comprendere chi siamo e, soprattutto, dove andiamo. Anche se spesso sarebbe meglio non saperlo.

 

“Storia delle Donne” era lo studio dell’evoluzione del pensiero rispetto a temi come l’uguaglianza, le pari opportunità, le scelte di differenziazione strutturale e di assimilazione; ma anche la storia di come il pensiero intellettuale, l’ontologia stessa e persino la semantica, abbia costruito la cultura popolare e elitaria rispetto alla gestione dei conflitti. Perché tra diversi (anche se poi diversi non si è mai), tra opposti, ma anche tra complementari a contatto con l’ignoto, c’è sempre il rischio che l’interazione sia dominata dal sospetto e dalla diffidenza, e la comunicazione sia adombrata e distorta dal cosiddetto rumore (ossia effetti che rendono l’intenzionalità del messaggio totalmente estranea alla sua origine). La mia professoressa, la geniale Ginevra Conti Odorisio, reagì in modo ribelle e rivoluzionario, nell’accademico barboso e polveroso, dominato da un potere costituito, quasi restio ad accettare i cambiamenti, e portò alla nostra attenzione pensieri controcorrente, stimolando le nostre giovani e fertili menti a studiare intellettuali straordinari e strani, quasi una reazione ai classici come Jean Bodin, o Rosseau, o il nostro amabile Montesquieu, rilanciando la straordinaria teoria dell’uguaglianza patrocinata da un misconosciuto Poullaine de la Barre, autore de “L’uguaglianza dei due sessi” del 1673.

Perché vi racconto questo?

Perché alcune delle frasi del saggio di Giancarla Erba mi hanno riportato alla mente proprio quell’ostracismo che non fu, come avevo pensato, una reazione snob e borghese a uno studio considerato indegno perché non esaltato dai grandi nomi della filosofia; non ci si sentiva “grandi” riempendosi la bocca dei conosciuti Socrate o Kant, ma si andava a scovare intellettuali osteggiati dalla tradizione, personaggi innovativi e catastrofici per le fragili certezze culturali e scientifiche. Eppure forse la spiegazione era più devastante. Chiunque tentasse di imporre il cambiamento intellettuale, una modifica profonda e importante che rendesse le conquiste politiche ed economiche più pregnanti e profonde e non solo dei contentini per tenere buone ste donne femministe, rischiava un ostracismo intellettuale, una sorta di anatema, per aver solo tentato o pensato di modificare non la superficie ma più profondamente il nostro traballante ethos culturale. Cambiare quella trita e oramai deceduta idea di generi diversi, di una stratificazione del potere basta sul testosterone, sulla sottomissione e sulla gerarchia. E la Erba vuole incidere su questo substrato epistemologico, cercando, tramite le immagini di donne che durante i secoli si sono ribellati al loro stantio ruolo, di modificare la nostra percezione della femminilità e quindi del femminismo, liberandolo dalle pastoie dello stereotipo e del tabù, scegliendo come campo di indagine proprio uno degli alleati del potere politico sacerdotale della nuova casta di dominanti, ossia la medicina. Per una strana beffa del destino, la salute è e resta uno dei campi su cui si combatte da sempre un particolare braccio di ferro. Assieme al controllo della sessualità, che riguarda la psiche più profonda, le frustrazioni, gli istituti e la libertà creativa, la salute incanala le energie importanti relative alla capacità di azione, alla sicurezza e alla tranquillità. Chi ha una salute precaria, sia essa fisica che psichica, si trova in uno stadio di fragilità assoluta, divenendo spesso preda di millantatori e di imbonitori. Non è un caso che, chi si affida a santoni, a sette, a guru, è spesso in uno stato emotivo sfiancato da malattie, da lutti e da una sensazione di insicurezza. Il medico diviene non solo colui che ristabilisce l’equilibrio tra corpo e mente ma anche un confessore, un appoggio, una sorta di consolatore degli afflitti. Nel caso studiato dalla Erba, si ritrova quel passaggio tra la cultura popolare contadina, nata nei villaggi e nelle campagne, a quella della dispersiva città, con la sua volontà di accentramento del potere che non risulterà mai più orizzontale ma stratificato e soprattutto dominato dalla nuova élite del potere sacerdotale cattolico che resterà invariato fino all’illuminismo, e che porterà la condizione femminile a subire un costante degrado. Ed è su questo degrado – anche per carpirne i motivi – che la Erba si sofferma, cercando di insinuarsi in quegli spiragli celati dietro un silenzio fatto:

fatto di parole non dette, progetti negati, promesse mancate.

Mi capita di cogliere nei piccoli gesti e negli accenti sommessi una sorta di rassegnazione nei confronti di una condizione di sudditanza, di dipendenza che, anche se a volte negata con forza e convinzione, caratterizza in realtà la vita delle donne.

 

Ed è per contrastare:

un costante ridimensionamento di sé, delle proprie capacità e potenzialità. Ascoltare la voce delle donne può significare compiere un percorso fra il senso di inadeguatezza e la negazione dei propri bisogni

Che il libro di Giancarla Erba si mostra in tutta la sua necessità

un approfondimento culturale di questo genere, è necessario fare una specie di “punto della situazione femminile” che parta dal ’antichità e arrivi ai giorni nostri.

Le donne si mostrano ostacolate se non addirittura rese invisibili, quasi eteree e relegate nelle periferie della coscienza, qualora rivendichino la loro creativa libertà di essere persone al di fuori del genere sessuale e del loro ruolo, ostacoli che la Erba ritrova non già nei limiti esteriori ( incapacità di staccarsi dal ruolo di madre, incapacità di realizzarsi appieno nel lavoro, minaccia costante alla loro integrità fisica e morale) ma piuttosto in un atteggiamento percettivo e dunque mentale che lungi dall’essere ribaltato, contestato e sostituito, si insinua ancor oggi nelle nostre filosofie e valori acquisiti dalla socializzazione:

 

Per la donna c’è ancora moltissima strada da fare prima di arrivare ad un’effettiva parità di diritti che non si ravvisa solo nel trattamento sociale, ma anche nel pensiero e nel ’atteggiamento comuni. Anche la donna ormai ritiene inferiore e superflua una certa arte antica che gli consentiva di usare tutta la sua creatività per la realizzazione di utensili e di oggetti per la casa; il lavoro domestico è ridicolizzato e minimizzato dalle stesse donne (e in questo caso a ragione) visto che per secoli è stato considerato un dovere non retribuito, riservato esclusivamente a loro e spesso in aggiunta al lavoro fuori casa chedovevano sobbarcarsi per aiutare la famiglia a sostentarsi. La donna si adegua in qualche modo alla forma mentis maschile minimizzando tutto ciò che la riguarda

Ed ecco che indagando nella storia antica, attraverso libri quasi dimenticati, ma anche seguendo l’evoluzione o l’involuzione che ha subito attraverso le epoche storiche relativamente alla sua innata capacità di guarire, ecco che, dicevo, si può tracciare al tempo stesso una sorta di mappa concettuale su cosa davvero sia la femminilità, su quali valori può appoggiarsi e quale società può costruire attraverso questi. Tutto il suo lavoro di ricerca risulta ancora più intrigante e realistico grazie alle voci di donne che hanno voluto tracciare la strada per le loro sorelle, che hanno voluto combatte la de-solidarizzazione effettuata dai poteri costituiti. Donne nobili, donne potenti ma anche donne del popolo quelle che hanno pagato la colpa maggiore ma che hanno lasciato una serie di tradizioni che sono oggi confluite nella moderna omeopatia.

 Cosa può dare quindi al femminismo, quello vero, non quello di facciata, il saggio di Giancarla Erba?

Semplice. Può contrastare quella lasciva e strisciante paura che ha accompagnato l’uomo reo di aver tolto il trono alla Dea:

la paura più grande dell’Islam è legata alla paura delle donne (strettamente correlate al disordine e al libero pensiero) una paura che gli arabi non si sono presi mai la briga di analizzare con calma come primo passo per superarla. All’inizio l’Islam tentò di liberarsi delle paure e dalle superstizioni degli arabi pagani. Ma ben presto l’esempio del profeta che insistette sulla necessità del cambiamento scomparve dall’inconscio popolare. I califfi scivolarono indietro verso la jahiliyya e misero sotto chiave le donne e le esclusero dalle moschee”. 

Fatema Mernissi

Questa frase non è solo applicabile al contesto fondamentalista islamico ma anche al nostro occidente cosi sviluppato, che ha preferito soppiantare non tanto un’antica religione matrilineare per sostituirla con un’altra ma ha cercato di sostituire un’idea di società libera, imperfetta ma interconnessa, con un’altra “moderna” dove il potere senza briglia etica o valoriale fagocita le sue stesse radici culturali. Ed è una perdita costante di energie e di opportunità di guarigione che rendono instabile e pericolosa la nostra stessa sopravvivenza umana

“ nel momento in cui il secondo millennio cristiano si è concluso, sia il lato maschile che il femminile sono profondamente feriti…i doni del femminile non sono stati pienamente apprezzati né accettati. Mentre il maschile frustrato dall’impossibilità di armonizzare tutte le sue energie con un lato femminile pienamente sviluppato, procede con il braccio armato brandendo imprudentemente le armi. Nel mondo classico le energie opposte erano perfettamente bilanciate. Oggi invece c’è un predominio dell’aspetto maschile. Solo un passo separa la venerazione del potere e della gloria del principio maschile e della gloria del principio maschile/solare dalla venerazione del figlio un culto che troppo spesso porta ad un maschile immaturo arrabbiato, frustrato, annoiato e spesso pericoloso…il risultato finale della svalutazione del principio femminile non è solo inquinamento ambientale edonismo e crimini dilaganti, l’esito ultimo corrisponde all’olocausto”. 

Margaret Starbird. 

Ecco che leggere di donne che osavano imporsi sul dominio maschile, quello relativo alla medicina, capaci di infrangere i tabù di ribellarsi contro l’adeguamento al pensiero imperante, imposto a loro che le volevano:

la donna si sente di importanza secondaria e tende a concedere agli uomini l’autorità di pronunciarsi sul e questioni importanti della sua vita

 

E ancora:

La donna è stata indotta per ragioni storiche a “pensar male di sé stessa”; le è stato insegnato che è debole, dipendente per natura, paurosa, fragile, bisognosa di protezione e di guida. Molti di questi insegnamenti sono ormai superati, ma hanno fatto parte per così tanti secoli del patrimonio comune da essere entrati a far parte del ’inconscio femminile.

Si capisce che i doni del femminino positivi come anche quelli più oscuri vanno riabilitati, riconosciuti e apprezzati. La donna deve urlare la sua presenza e deve poter armonizzare le sue energie con il lato maschile, per poter ritornare a un vero bilanciamento tra ying e yang. Ecco cosa significa rintracciare l’antica sapienza medica delle donne riuscendo ad agire su noi stessi e sulla società in maniera più matura e consapevole, scendere a patti anche con il passato più turpe, restituire le voce alla varie Isabella Cortese, Marie Meurdrac,  Radegonda di Poitiers, Elizabeth Blackwel, Florence Nightingale ma anche le Accabadora, Alice Kyteler, Floreta d’Ays e finalmente poter stringere tra le mani una autentica consapevolezza di sé e della nostra specificità.

Per poter agire in maniera più matura e consapevole bisogna seguire il consiglio della Mernissi, scendere a patti con il proprio passato, seppur crudele e oscuro, per poter finalmente stringere tra le mani la consapevolezza di se stesse, dei doni e della nostra specificità.

E da ultimo: tornare a scavare tra le ceneri dell’esclusione sociale, della disperazione, del sentirsi limitate da un pregiudizio, dai roghi accesi dall’ortodossia religiosa, perché scomode, sapienti e libere. Tutto questo significa anche riprendere in mano una cultura che ci appartiene di diritto, quella di guaritrici, banalizzata, nascosta, persino derisa che però appartiene a noi e appartiene alla civiltà intera con tutta la sua carica di ribellione contro lo status quo, perché la sposa a lungo tempo perduta possa tornare a casa:

“Nessuno più ti chiamerà abbandonata né la tua terra sarà più detta Devastata. Ma tu sarai chiamata mio compiacimento e la tua terra sposata” 

Isaia 62,4

Per l’acquisto clicca qui

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...